APAC Rapporto Paese Thailandia 2018

Rapporto Paese

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13 marzo 2018

Si prevede che l'economia thailandese cresca del 3,8% nel 2018, sostenuta da investimenti pubblici in infrastrutture, aumento del consumo delle famiglie e delle esportazioni.

 

 

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Situazione politica

 

Capo di Stato: Re Vajiralongkorn (Rama X) (da dicembre 2016)

Capo di Governo: Primo ministro Generale Prayuth Chan-o-cha (da agosto 2014)

Forma di governo: Monarchia costituzionale. Attualmente è al potere un governo
militare interinale.

Popolazione: 69,1 milioni

Torna la stabilità per il momento

Attualmente la giunta militare alle redini del paese dal 2014 è determinata a restare al potere. Ad agosto 2016 si è tenuto un referendum sulla nuova costituzione volto a frenare i poteri dei politici populisti e a preservare la notevole influenza politica dei militari, che ha raccolto il 61% dei consensi degli elettori.
La nuova costituzione è entrata in vigore nell’aprile 2017, mentre le elezioni politiche dovrebbero tenersi alla fine del 2018. Alla morte di Re Bhumibol, nel dicembre 2016 gli è succeduto al trono il figlio Maha Vajiralongkorn.

Situazione economica

Prevista una maggiore crescita nel 2018   

 

 

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L’economia thailandese è cresciuta del 3,7% nel 2017, soprattutto grazie al ragguardevole andamento delle esportazioni, all’aumento degli arrivi turistici (il turismo rappresenta il 45% della produzione di servizi), alla crescita della spesa pubblica e all’incremento dei consumi privati. Nel 2018 è prevista una moderata accelerazione della crescita del PIL al 3,8%. L’espansione economica sarà di nuovo sostenuta dagli investimenti pubblici nelle infrastrutture e da un settore delle esportazioni che giova di una forte crescita nei paesi vicini. Mentre il governo militare ha definito il rilancio economico come principale priorità e persegue politiche volte a stimolare i consumi e gli investimenti, la persistente incertezza politica ha limitato gli investimenti del settore privato. Il settore bancario thailandese gode di buona salute ed è dotato di banche ben capitalizzate. Si prevede che la politica monetaria della banca centrale rimarrà poco rigorosa per sostenere la crescita. Il baht thailandese è soggetto a un regime di fluttuazione controllata dei tassi di cambio, il che consente una riduzione dei rischi di volatilità.

 

 

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L’incremento della spesa pubblica unito a un minor gettito fiscale hanno comportato l’aumento del disavanzo di bilancio e del debito statale a partire dal 2016. Malgrado ciò le finanze del governo restano stabili grazie a un debito pubblico che continua ad attestarsi al di sotto del 50% del PIL. La composizione di tale debito è alquanto favorevole (solo il 6% è denominato in valuta estera), mentre il debito pubblico detenuto dai non residenti è pari ad appena il 15%. Ciò tiene il governo al riparo da shock esterni. La solida capacità di pagamento e la liquidità del paese sono sostenute da un debito estero moderato (nel 2017: 30% del PIL e 39% delle esportazioni). Si prevede che le riserve internazionali  ammonteranno a circa 10 mesi di copertura delle importazioni nel 2017 e nel 2018.

 

Previsioni a lungo termine più moderate

 

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Se è vero che le prospettive economiche a breve  termine della Thailandia sono positive, altrettanto non si può dire per quelle a lungo termine a causa della minore concorrenza internazionale, dell’elevato debito privato e dell’incertezza politica a lungo termine. Il futuro politico della Thailandia resta infatti incerto malgrado l’attuale stabilità. Il conflitto latente derivante dalla profonda spaccatura politica, sociale ed economica tra il vecchio establishment (corte reale, esercito, sistema giudiziario e alta classe urbana), a sud, e i meno abbienti delle zone rurali, a nord, non è ancoro stato risolto ed è poco probabile che svanisca in tempi brevi. Inoltre, l’elevata disparità di reddito e la povertà hanno aumentato l’instabilità sociale. Questo fattore, unito all’attuale tendenza politica autocratica, aumenta la probabilità di nuove proteste su larga scala incentivando il governo militare a introdurre dispendiose politiche di trasferimento populista per acquietare i poveri delle zone rurali.

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